Denominazioni, usanze e costumi popolari

La toponomastica locale si rivela carica di significati antichi e leggendari. I nomi hanno le origini più diverse ed alcuni termini sono evidenti residui pre-romani: le cannavine da “cannabis” (terra fertile per ortaggi), le moscosa da “musculus” (boscoso con passaggio dialettale da b a m), il campo da “campus” (terra coltivata a grano), le roscie da “roscius” (le terre bagnate). 
Molti termini sono legati all’azione delle acque, come i terreni posti lungo il fossato di Rosa: le Revara e le Revarelle indicano terre soggette alle piene torrentizie; la Rena (anticamente la renara) indica il terreno sullo sponda di un fiume; “i Trabucchi” segnala le buche formatesi per
l’ avvallamento di un alveo o per corrosione delle acque; la Parata e la Paratella indicano bacini idrici utilizzati per far smuovere le macine dei mulini; le Cisterne indicano contenitori d’acqua, mentre il Vallone segnala il luogo scavato dalle piogge alluvionali.
 
Altre denominazioni sono altrettanto significative: il torrente Rosa è così denominato per la colorazione rosastra delle sue acque che scorrono sopra terreni bauxitici; la “Vecenna” indica terreni di mezzo che vengono coltivati a rotazione; le Macretta segnalano i terreni più aridi con fessure o spaccature; le Cese negli antichi catasti indicavano i luoghi disboscati; le Salere delimitano le zone con grosse pietre piane che venivano utilizzate per deporvi il sale mangiato dalle pecore; “Jiacce ijje Vove” indica il luogo allo scoperto dove si tenevano i buoi; la Mandra dei Porci ricorda il luogo di raccolta dei maiali, quando venivano condotti in campagna alla ricerca del cibo; i Tratture segnano i sentieri di passaggio delle greggi e degli armenti; le “Carrere” indica la strada carreggiabile che conduce all’interno dei poderi; le Case di Maggio richiamano alla memoria le coste di maggio, cioè quei periodi dell’anno in cui, terminati i cereali, bisognava imporsi una rigorosa dieta per superare il periodo di carestia.
 
Alcuni nomi sono legati alla superstizione come i Prati della Paura e la Fonte della Strega; altri esprimono l’idea di un ricordo come la Pila di Collelongo, le Tre Croci, Femmena Morta; oppure indicano la qualità delle pietre come le Peschia Fracie, le Pietre Lisce, le Pietre Maiure.
Un’altra categoria viene riferita a nomi di persona (Colle di Marc’ Andrea, Tomasso, di Rocco, Antonitto) o di Santi, o di animali, oppure attengono alla struttura fisica della contrada (Monna Longa, Colle Rotondo, ecc.). 
Molte denominazioni hanno un riferimento alla flora locale: la Rocca di Cerro ha tratto la propria qualificazione da un magnifico esemplare di Cerro; le Cerreta e le Quercie dalla cospicua presenza di diverse qualità del Quercus Cerris; l’Aceretta e la Lanna dalla diffusione di altrettanto diverse qualità di Acer; il Tasseto dal “Taxus”, le Vigne dalle ormai scomparse coltivazioni di vigneti; le Castagne, da esemplari di cui sono rimasti pochissimi sopravvissuti. Altre denominazioni si riferiscono alla presenza della fauna come il Coppo dell’Orso, la Valle Cervara e il Colle Pardo che rimanda all’antica esistenza di gattopardi (o lince da pardus). 
 
Infine sono particolarmente significative le segnalazioni storiche: i Tre Confini hanno segnato per secoli il punto di incontro delle province abruzzesi del Regno di Napoli: Abruzzo Ulteriore, Abruzzo Citeriore e Terra di Lavoro; la “Ifenza” (difesa) è legata al plurisecolare servaggio feudale, quando esistevano le proprietà baronali riservate o difese, dove era vietato ai cittadini di seminare, tagliare alberi o pascolare bestiame; le Morge del Monaco che testimoniano l’influenza benedettina in questo territorio e richiamano tanto la chiesa benedettina della Madonna delle Grazie (già intitolata a S. Bartolomeo), quanto il convento ai Prati di S. Elia, ancora esistente, seppure in rovina, nel lontano 1586; infine, il “Bonefisie” (il beneficio) che identifica le terre ed i prati ricompresi nei benefici ecclesiastici del Capitolo o dei Canonicati della parrocchia locale. 
 
Circa i nomi da dare alle vie e ai rioni dei centri abitati, un tale obbligo è stato imposto con il censimento del 1871, con il quale si chiedeva il rispetto delle tradizioni e degli usi locali, al fine di consentire la corretta interpretazione degli antichi catasti; così troviamo: via del Borgo di S. Maria, via della Civitella, vicolo La Torre, via Sotto le Mura, Largo Fontana, via Vecchia, via Antica, via Aia canale, via Fonte Vecchia, Via Capocroce, Via Porta Nova e via Colle Quaresima, che richiamano, appunto, le testimonianze di antichi usi e tradizioni locali.
Successivamente, l’uso di cambiare i nomi alle vie o di attribuirne dei nuovi ha intaccato la toponomastica tradizionale ed anche a Villavallelonga si ritrovano strade intitolate a personaggi storici ed avvenimenti contemporanei.
 
Quanto alle usanze e costumi popolari, va detto che l’evolversi dei tempi fa scomparire molte manifestazioni, specialmente quelle più singolari ed originali, e soltanto alcune restano vive. Per tale ragione le usanze ed i costumi di vita vanno registrati e tramandati per il significato sociale, morale e religioso che conferiscono alle vicende umane e per il contributo che offrono alla spiegazione dei fatti ed eventi storici. 
Ecco allora una segnalazione, sia pur sintetica, di fatti ed avvenimenti della cultura locale che ha radici assai profonde nella religiosità tradizionale, anche se spesso confusa tra sacro e profano.
 
Un primo riferimento va fatto ai riti popolari collegati alle festività più solenni. Le pratiche più note si riferiscono al tema della fertilità della terra. 
Una di queste consiste nell’esibizione serale di un fantoccio di cartapesta, che viene costruito con intelaiature di canne o di legno leggero ed è circondato da fuochi pirotecnici. 
Il fantoccio prende parte alle principali celebrazioni e dà vita alla singolare rappresentazione della pantasima: un uomo si nasconde nel suo interno e, guardando attraverso un foro posto all’altezza degli occhi, inizia una danza di corteggiamento. La figura femminile viene chiamata la pupazza o la signora; essa inizia la rappresentazione al calare dell’oscurità e, con il suono della banda o di qualche strumento musicale, danza sulle note di un motivetto al ritmo della marcetta svelta o del saltarello.
Spesso si eseguono sfide accesissime per stabilire chi porta meglio la signora e, durante la danza, a poco a poco, si accendono i vari fuochi tra scoppi di bengala e fontane scintillanti. Il ballo ha termine quando il crescendo dei fuochi pirotecnici si esaurisce con lo scoppio finale provocato dalla girandola situata sulla testa ed il rito si conclude con un fuoco purificatorio (60). 
Questo festeggiamento ha un’ispirazione erotica, perché prelude alla fecondità della terra, alla quale in passato si doveva la sopravvivenza, e storicamente trova fondamento negli antichi fasti che in origine corrispondevano alle più importanti celebrazioni agricole (vendemmia, semina, mietitura, ecc.). Il rito oggi si ripete come un gioco di spettacolo che si svolge per semplice divertimento dei bambini.
 
Nei Giorni di festività si celebra la commemorazione dei Santi e la solennità, rispetto all’Ufficio divino, può essere doppia di 1 classe, doppia di 2 classe, semidoppia o comune. 
Il Santo più ricco di tradizioni e certamente S. Antonio Abate, festeggiato il 17 gennaio, che viene considerato Protettore degli animali e delle stalle, come simboleggia la figura del maialetto posta al fianco della sua immagine. Egli è conosciuto anche come Patrono del fuoco, perché protegge da una malattia cancrenosa, detta fuoco di S. Antonio, che causa epidemie come riferiscono numerose cronache medioevali; con la sua invocazione si dice: “da pericula, male e lambe, Sant’Antonie ce ne scampe!”. Le famiglie con bambini in casa usano dedicare al Santo una corona, intessuta di vari tipi di frutta (fave, fichi secchi, mele, arance, ecc.) e di pizzelle. La corona simboleggia la crascia e preserva dalle sventure i propri figlioli. Ogni paese dedica al Santo un tipico prodotto della campagna locale e si racconta che Villavallelonga e Collelongo stabilirono con una “sorta” antica il rispettivo prodotto: con il sorteggio a Villa toccarono le fave, da distribuire cotte la mattina del 17 gennaio, unitamente alla “panetta” (focaccia di farina, uova e anice), mentre a Collelongo rimase il granturco che, una volta cotto, prende il nome di “cicerocche” e viene distribuito con salami stagionati. 
  
Il giorno che precede la festa, alcune comitive di cantatori, accompagnandosi con le campane dei loro animali e con gli organetti, passano per le case del paese intonando la canzone di S. Antonio, e non vi è uscio che non si apra per offrire vino e ringraziare del canto e della musica. 
Sempre la sera della vigilia si consuma la caratteristica “panarda”, un’abbondante e lunga cena fra amici e parenti, che attendono l’alba, quando le cottore o i caldai si pongono sul fuoco per la cottura delle fave da distribuire al mattino. La bella tradizione viene ancora tramandata dalle famiglie devote al Santo. 
Un tempo, al mattino della festa, gli animali venivano adornati con fiocchi, fettucce colorate, campanelli e coperte fiorate, poi i ragazzi si avviavano, con il mulo, la mucca, l’asino, la capra, ed altri animali, verso la sommità del Colle Quaresima, dove percorrevano 13 giri intorno alla Chiesa secolare dei SS. Nicola e Leucio e, poi, sulla piazzetta antistante e al cospetto della statua del Santo, ricevevano la benedizione; nei giorni successivi anche le stalle venivano benedette. Dopo il terremoto del 1915, che ha distrutto l’antica sede parrocchiale, la tradizione si è ripetuta, per un trentennio e più, intorno alla chiesa benedettina della Madonna delle Grazie.
  
Altri Santi, però, ricevono devozione da parte delle famiglie del luogo, che la manifestano distribuendo altre specialità alimentari. 
Un tempo era molto conosciuto il calendario delle ricorrenze e l’elenco delle famiglie festeggianti: le tipiche produzioni erano tenute in casa e venivano servite alle persone indigenti che bussavano alle porte; oggi, nessuno più bussa per fame e le porzioni sono offerte a domicilio ai vicini che si guardano bene dal rifiutarle, e così la tradizione, seppure aggiornata, non viene ancora meno. Ecco le ricorrenze collegate a tale usanza: il 6 dicembre, nella festa di S. Nicola di Bari, si distribuivano le fette di pane e “i panecejje”, cotto e impastato con farina rossa di granturco; il 13 dicembre, a S. Lucia, ancora si cucinano “i frascarejje”, una pasta granulare ottenuta con fiore di farina bianca e, una volta cotta, viene ricoperta con sugo di carne e formaggio in abbondanza; questa tradizione si ripete a S. Leucio, l’11 gennaio, e si rinnova a S. Sebastiano, il 20 gennaio, con l’aggiunta di pagnottine poco più grandi dei bignè; durante l’Ascensione di Gesù, 40 giorni dopo la Pasqua, si distribuivano “i cicegranate” lessati, un misto di ceci, lenticchie, fagioli, fave, chicchi di grano e granturco, poi si partecipava alla processione fino all’Ara dei Colli, da dove si ha una magnifica veduta di tutta la campagna e si impartiva la benedizione con l’auspicio di buoni raccolti e con la speranza di una pioggia provvidenziale che potesse far ripetere il detto: “quando all’Ascenza piove ogni coppa nove”; infine, il 2 settembre, per la ricorrenza estiva dei festeggiamenti in onore di S. Leucio, si facevano e si fanno ancora gustosissimi biscotti e ciambelle (61). 
  
Il Natale di Gesù occupa un posto a sé nelle festività liturgiche e la notte del 24 dicembre è sempre viva di belle tradizioni. Un tempo, quando ancora la Vallelonga si specchiava nelle acque fucensi, erano assai suggestive le fiaccolate notturne dei barcaiuoli sul lago, ed a Villa facevano riscontro, sui Colli, le tracce luminose segnate dal lungo girovagare degli abitanti con le “torce” accese. 
Alla messa di mezzanotte, come d’incanto, tutti gremivano la Chiesa ed osservavano il presepe con i suoi personaggi in movimento. Qualcuno sbizzarriva il proprio estro espressivo, plasmando la coltre di neve, tradizionalmente presente a Natale, e trasformava i “mammocci” in artistiche figure legate alla nascita di Gesù. 
Il 2 febbraio, nel giorno della Candelora, si benedicono ancora le candeline che vengono accese durante i temporali; un tempo, per scacciare i temporali, si suonavano anche le campane. 
A Carnevale, i brutti “mascarune”, muniti di catene, seminavano il terrore nel paese e a farne le spese erano i bambini, che venivano oltremodo spaventati. 
La sera si trascorreva in spensierata allegria e i bambini chiedevano di giocare a “’nganna d’ova”. L’uovo cotto e decorato era posto al centro della tavola e i bambini, dopo aver fatto tre giri su se stessi con gli occhi bendati, si provavano a tagliarlo con il coltello nel minor numero possibile di colpi.
Con l’avvicinarsi del periodo pasquale, i ragazzi venivano interessati alle manifestazioni che ricordavano la flagellazione di Gesù; nel paese si diffondeva una molteplicità di suoni e di rumori. Il Giovedì Santo, a campane legate, usavano la “raganella”, uno strumento di legno così detto perché, girando su se stesso, emette un gracidìo simile a quello delle rane.
Più rumoroso e come una batteria era, invece, la “valechèra”, costituita da un robusto manubrio di legno con intorno piccoli pioli scalinati ed in fondo una rotella dentata anch’essa di legno. Sui lati del manubrio si imperniavano alcune linguette leggerissime che si fissavano ad una sola estremità sulla tavoletta di base e dall’altra parte si appoggiavano sul manubrio che, girando con i pioli scalinati e con la rotella dentata, alzava le linguette e le lasciava ricadere con un rumore continuo e assordante. La racanella e la valechèra erano apprezzati prodotti dell’artigianato locale.
Ancora oggi la Pasqua e la Pasquetta si festeggiano con cibi di circostanza: la colazione pasquale si fa in casa con la tradizionale frittata e non manca l’agnello, simbolo della Redenzione; il giorno successivo, la Pasquetta fa ripetere l’usanza sui Prati di Angro. Le donne preparano doni caratteristici: per gli uomini si fanno i “tortali” (ciambelloni), per le figlie femmine le “pigne” (figure di bambola in pasta lavorata) e per i figli maschi “jallozze” (galletto). 
  
Infine, per la vigilia della commemorazione dei morti, i monelli usavano procurarsi delle zucche che vuotavano all’interno e, praticandovi alcuni fori come se fossero occhi, naso e bocca, vi ponevano un lumicino dentro e di notte, con i teschi così predisposti, riservavano brutti scherzi ai malcapitati passanti.
Pochi giorni dopo, nella ricorrenza di S. Martino, vi aggiungevano le corna e li ponevano in esposizione sopra alcuni paletti e vi giocavano a tiro a segno. 
Alcune usanze, parimeti significative, si riferiscono al momento del trapasso, della nascita e del matrimonio. Quando una persona era in pessime condizioni di salute e si pensava che fosse sul punto di abbandonare questo mondo, riceveva la visita dell’abate concurato, il quale gli portava la comunione in casa. Durante il percorso dalla chiesa alla casa dell’ammalato, l’abate apriva un ombrello fiorato per proteggere l’ostia benedetta conservata nella teca. Due ragazzi lo accompagnavano e suonavano un campanello con due tocchi, se il comunicando era una femmina, e con tre tocchi, se era maschio. In casa le pareti si addobbavano con lenzuola e coperte fino al letto dell’ammalato, dove si preparava un tavolo con sopra un bicchiere, l’acqua, un piattino con il pane e tre tovaglie bianche. 
Dopo l’istituzione del cimitero comunale, i defunti venivano accompagnati con la cassa scoperta fino al momento della sepoltura, poi i portatori della cassa ritiravano i fazzoletti con le monete appese, quale compenso, e infine si tornava a casa, dove le comari avevano preparato il cesto o vaso che conteneva cibi caldi per i parenti del defunto. 
  
Un tempo, per i bambini era difficile venire al mondo, ma soprattutto era arduo superare il primo anno di vita. 
Nelle testimonianze della vita locale se ne trova un’abbondante documentazione e non stupiscono le attenzioni per la puerpera e per il bambino appena nato. La donna che aveva un bambino entro il primo anno di età, quando si recava in visita presso qualche conoscente, non usciva da quella casa, senza prima avere ricevuto sulle proprie mammelle una buona dose di sale, quale segno augurale perché abbondassero di latte. 
Il 6 dicembre veniva donata la “posta” ai bambini che si trovavano nel primo anno di età, ricorrendo la festa di S. Nicola, la cui statua aveva appunto ai suoi piedi un “tinacchio” con tre bambini; la posta si ricambiava con una salvietta di noci o di frutta e con l’aggiunta di un metro di stoffa. 
  
Un particolare interesse rivestono gli usi nuziali. Il pretendente, di notte, doveva mettere un ciocco davanti la porta della bella del cuore. 
Al mattino, uno dei genitori della giovane avrebbe chiesto ai vicini: “Chi l’ha ’nceppate la figlia me?”. Qualcuno, incaricato dall’innamorato, non mancava di far conoscere il nome; se il ceppo veniva portato in casa, la proposta era gradita; in caso diverso, il ceppo rimaneva fuori. 
Il corteggiamento spesso iniziava con un mazzetto di spiganarda offerto alla ragazza e poi seguivano le caratteristiche serenate con organetti e fisarmoniche che sono una piacevole eredità della dominazione spagnola. Il numero delle cantate significava le intenzioni del corteggiatore: con tre suonate si manifestava il vero amore, con due l’amicizia, e, infine, con una sola cantata si teneva la serenata a dispetto, così detta da chi era stato piantato o respinto dalla ragazza. Dopo le pubblicazioni di matrimonio, la futura sposa e la sua famiglia si recavano in casa dello sposo e portavano la “crascia”, spargendo confetti in abbondanza; la manifestazione si rinnovava il giorno delle nozze, ma, se mancava la “crascia”, si osservava che il matrimonio era stato “musce”. 
  
Alcuni matrimoni contratti fra persone dello stesso sangue o fra persone anziane erano detti “vaste” e si preparavano con cerimonie nuziali all’alba di un giorno feriale, quando era possibile evitare le canzonature popolari che scuotevano le “vornia” (barattoli e bidoni). In contrappunto al noto proverbio moglie e buoi dei paesi tuoi, il Cianciusi, ha dedicato uno scherzo dialettale a Leuciantonie e Marianecola, due nomi composti assai diffusi a Villavallelonga.
Molti bozzetti della vita tradizionale sono ormai scomparsi e solo alcuni aspetti ancora sopravvivono a fatica o stanno per sparire. Nel periodo che precede il terremoto del 1915, la grande campana della chiesa secolare diffondeva in tutto il territorio circostante i suoi formidabili rintocchi e annunziava il mattutino, il mezzogiorno, l’Ave Maria (al tramonto) e un’ora della notte; il giorno si divideva in ore ineguali e le 24 ore si contavano da un tramonto all’altro; la ventesima era un’ora particolare, perché veniva suonata tre ore prima del buio con trentatre “tocchi”, pari agli anni di Cristo.
 
Alcune figure sono ormai scomparse: l’ultimo banditore del paese è stato ‘zi Matté, che faceva il giro del paese con la trombetta e buttava il bando, annunziando tutte le notizie di interesse pubblico, anche la figura popolare del cerchiaro, dell’arrotino, dello spazzacamino, del cavallaro, dell’asinaro, del porcaro e del capraro sono scomparse, mentre sono in via di estinzione i vaccari e i pecorai che sono gli ultimi testimoni di un antico e ricco patrimonio zootecnico.
L’acqua non si prende più con la conca dalla maestosa canale medioevale, purtroppo distrutta; anche le macine dei mulini circostanti il paese sono ormai dei ruderi e le gualchiere non sono più animate dalle acque manodotte; è cessato anche il commercio della legna che veniva scambiata con i generi alimentari; parimenti, i rovetani non vengono più a Villa coi loro bigonci carichi di fichi e di fallacciani, né i villesi traversano le montagne con le “vesacce”, per cercare lavoro nella campagna romana e napoletana. 
 
In paese, i forni a legna non sono più in funzione ed è scomparso il pane casareccio che si otteneva separando la sola crusca dalla farina, in modo da conservarne la morbidezza per un lungo periodo; perciò nessuno ricorre alla “pagnotta a prestito” che si chiedeva quando il pane terminava e non era ancora giunto il turno per la nuova infornata.
I problemi alimentari venivano spesso risolti insaporendo la minestra di fagioli con l’osso di prosciutto o con poco sego (sive), ma saporoso. Un’indagine alimentare del 1906 attesta che i villavallelonghesi bevevano acqua buona di sorgente, si alimentavano con legumi, paste, mais, formaggio, baccalà e consumavano abbondante vino; nel lungo inverno si faceva ricorso alle provviste di terrata ed erano necessarie le scorte di legna avanti all’uscio per giungere fino alle coste di maggio.
 
Un tempo c’era chi riteneva di possedere i libri del comando, il cui ritiro fu disposto dal Concilio di Trento; altri credevano nell’esistenza delle streghe e sugli effetti delle fatture; funzionavano le carceri per gli animali, i ragazzi giocavano con il viccaro e i “giacchettune” facevano bella mostra in piazza. 
Alcune immagini e attività del passato hanno suggerito di dare una qualificazione tipologica che caratterizza i diversi abitanti della Vallelonga; si è diffuso il detto che riconoscere le migliori capacità lavorative a “i omene ‘lla Villa, le femmene i Collonghe, i jasene i Trasacche”, come pure l’affermazione che compara le diverse note peculiari dei Vallelonghesi distinguendo “i fiascare ‘lla Villa, i crapare i Collonghe, i pisciall’acqua i Tra sacche”. La qualificazione dei Villavallelonghesi trae origine dalla antica produzione di fiaschi, al pari di arche, coscine ed altri prodotti artigianali in legno, mentre i Collelonghesi derivano la propria qualificazione dagli allevamenti di capre e i Trasaccani, forse con sottile ironia, vengono caratterizzati per le passate abitudini in riva al lago.
Nel segno del progresso è scomparso il caratteristico ambiente delle aie con le “casarce di manoppi” tutte affilate e con il via vai di bambini e contadini; per la mietitura le spighe non si prendono più a petto, i manoppi non si trasportano più con le “cajie” e sono sempre più lontani i tempi della “trita”, quando gli animali, con paraocchi e “bucche”, inanellavano giri su giri sopra il mucchio delle spighe e, dopo aver trescato, si scamava la pula. Il periodo che precede le principali festività e segue i lavori estivi viene chiaramente indicato da un antico detto: “velemene gode i tre d’acuste”, nel senso di voler fare baldoria, anche se lo spostamento delle stagioni non sempre fa corrispondere al tre di agosto l’inizio di questo godimento o riposo.
 
Da ultimo resta un cenno sulla parlata locale che appartiene alla stessa area linguistica di Collelongo, Ortucchio, Lecce e Gioia dei Marsi. Il Giammarco, nel “Profilo dei dialetti italiani” e nel “Dizionario Abruzzese” la comprende fra quelle del dialetto Marso che è una delle varietà dialettali dell’Abruzzese occidentale; inoltre attribuisce l’appartenenza di Villavallelonga all’area delle cacuminali e delle spiranti, con un’intonazione della parola e della frase che è discendente e poggia sull’apice vocalico, con tale intensità da rendere difficile avvertire i confini tra vocali e consonanti.
 
Tratto dal libro "Storia di Villavallelonga" del prof. Leucio Palozzi